Occorre libertà, tolleranza e solidarietà

L’impegno massonico contro la violenza

Ho scelto la violenza, rispettivamente la non violenza, come argomento di questo testo, in quanto da un lato è di grandissima attualità e dall’altro, nei testi massonici classici, la violenza è trattata con minor frequenza rispetto ad altri temi. Non ho comunque la pretesa di essere esauriente.

Giorgio Valsangiacomo, membro della Loggia «Brenno Bertoni» di Lugano (Revista massonica svizzera aprile 2005)

La violenza è il concetto che mi ha colpito maggiormente nel Rituale di 2° grado. Ho sfogliato qua e là alcuni scritti come: «Sulla violenza» di Hannah Arendt, «Principi ed elementi della non violenza» di Raffaele Barbiere, testo che si allaccia alla teoria della non violenza del Mahatma Gandhi e infine «La violenza simbolica» di Pierrre Bourdieu. Mi sono reso conto che il soggetto scelto non era poi così semplice da elaborare.Tuttavia cercherò di esprimere il mio pensiero in proposito qui di seguito. Nella tenuta solenne di 2° grado, poco dopo l’ingresso in Tempio, all’Apprendista viene presentato il pugnale con le seguenti parole del 1° Sorvegliante: «Ecco il primo pericolo, il ferro forgiato a strumento di morte. Rinunciare alla violenza è uno dei doveri del Libero Muratore». Ed il V.M.i.C. aggiunge questa domanda: «Saprai rinunciare alla violenza, sia fisica che morale, Fratello Apprendista?» Se la risposta è affermativa il V.M.i.C. dice: «Rinunciando alla violenza, hai compiuto un atto di fede nella comprensione tra gli uomini di buona volontà». Il fatto che il primo simbolo del Rituale, nuovo per l’Apprendista, sia il pugnale, è la conferma che la violenza merita un’attenzione particolare nel nostro ambito, nonostante, come ho già detto, negli scritti massonici non se ne parli a sufficienza. Potrebbe sembrare una mancanza non da poco, a meno che si consideri il nostro rifiuto della violenza come un assioma. Riprendiamo l’affermazione del V.M.i.C.: rinunciando alla violenza si compie un atto di fede tra uomini di buona volontà. La cosa sembra evidente - a condizione che gli uomini siano effettivamente di buona volontà.

Libertà, tolleranza, altruismo

Qui sorgono due domande:

  1. Chi è uomo di buona volontà e qual è il criterio?
  2. Si può avere fede nell’altro, sconosciuto e indicatoci come nemico?

Cerchiamo di rispondere. Azzardiamo un tentativo di definizione: é uomo di buona volontà colui la cui mente è scevra di pregiudizi, capace di mettersi nei panni della sua controparte, prediligendo quindi il dialogo come via maestra nei rapporti con i suoi simili. In altre parole, possiamo dire che il criterio principale consista in una buona dose di altruismo; tuttavia non vi può essere un autentico altruismo se non si é allenati prima alla tolleranza, e, soprattutto, se si è privi di libertà: è difficile chiedere ad uno schiavo o ad un oppresso di essere altruista. Ecco che la libertà, la tolleranza e l’altruismo, concetti a noi ben noti, si rivelano non solo astrazioni o termini solenni, ma premesse estremamente pragmatiche a cui ispirasi quotidianamente.

In quanto alla domanda se si possa avere fede nell’altro, nel nemico…, anche qui valgono gli stessi criteri. Ossia, solo l’uomo libero da preconcetti, prima di bollare l’altro, lo sconosciuto come nemico, fa un ulteriore ragionamento: l’altro è veramente il nemico o questa qualifica è il risultato di una mia piega mentale? L’aver fede in questo contesto significa appunto credere nella possibilità che anche l’altro possa ragionare in modo analogo, dandogli almeno una chance per dimostrarlo. Avremmo sicuramente meno conflitti nel mondo se tutti coloro che detengono il potere adottassero una simile procedura mentale prima di agire.

Il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, definisce la violenza nel modo seguente: «Azione volontaria esercitata da un soggetto su un altro in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà.»

Secondo Pierre Bourdieu, sociologo francese (1930-2002), esiste una «violenza simbolica» che egli definisce con queste parole : «Vi è una violenza simbolica quando si impongono le strutture mentali attraverso cui il soggetto percepisce il mondo sociale e intellettuale.» Questa violenza dolce, come la definisce Bourdieu, inizia ad essere perpetrata dal sistema scolastico. Quindi anche la cultura, le abitudini sociali, le religioni e tanti altri fattori possono assumere un effetto di condizionamento. È ovvio che ai nostri tempi anche i mezzi di comunicazione concorrono a manipolare ulteriormente queste strutture mentali.

Come tutti sappiamo (e lo dice anche il Rituale di 2° grado), non esiste solo la violenza fisica, ma esistono anche delle forme di violenza subdole, e la violenza simbolica di Bourdieu ne è una (ovviamente la parola simbolica non riveste lo stesso significato in rapporto a quanto è simbolico in termini massonici). E proprio questo tipo di violenza invisibile alla quale si riferisce il Fratello E. G. Lessing quando dice: «Ciò che chiamano violenza è nulla; la seduzione (intesa come condizionamento mentale) è la vera violenza.»

Il criterio principale rimane quindi il fatto di obbligare l’individuo, direttamente o indirettamente, a fare o non fare qualcosa che sia contrario alla sua volontà.

La rinuncia totale è possibile?

Le strutture sociali odierne delle nostre latitudini derivano fondamentalmente da un rapporto di forza iniquo, generato dalla violenza e sfociato nel dominio degli uni sugli altri. Lo insegna abbondantemente la storia. Ma anche l’abuso della propria posizione gerarchica, di subordinazione professionale, politica, economica ecc., costituisce in ogni tempo una forma di dominio, espressione appunto della violenza simbolica di cui parla Bourdieu. A lungo andare colui che è in posizione d’inferiorità o di dipendenza, il dominato, interiorizza i simboli di superiore/inferiore che interferiscono sulla sua struttura mentale. Così facendo il dominante non crea delle norme che definiscono il dominato e il dominante, ma agisce sui simboli della percezione facendo sembrare naturale lo stato di inferiorità. Questo è ciò che intende Bourdieu quando parla di violenza simbolica. Il dominato si assuefa alla situazione, accettando la propria posizione. Ad esempio, all’inizio della tratta dei negri, gli schiavi stessi si ritenevano inferiori, ma anche le donne nei confronti degli uomini, come quelle afgane che non hanno mai messo in discussione il burka, o le classi sociali esistenti ancora oggi in certi paesi, come, ad esempio, i Dalit indiani che nemmeno sognano di cambiare casta. Non ho potuto astenermi dal pormi questa domanda: può l’uomo rinunciare in termini assoluti alla violenza? La questione non é di soluzione facile. Ci sono stati apostoli della assoluta non violenza come Gandhi, ma ci sono stati anche idee giuste che furono applicate non senza violenza, come l’ottenimento dell’indipendenza e della democrazia da parte di diversi popoli. In altri termini stiamo rievocando la vecchia questione della giusta causa di cui fa parte anche la legittima difesa che a volte è ritenuta da confini labili. Ritengo sia già sufficientemente difficile essere immuni dalla violenza nella vita di tutti giorni, a cominciare dalla propria famiglia e dall’ambiente di lavoro. Allargando il discorso, si potrebbe pensare che un’equa distribuzione delle risorse e della ricchezza potrebbe diminuire la violenza nel mondo. Tuttavia ciò mi sembra assai utopico data la complessità della natura dell’essere umano. Semmai, una tale giustizia economico-politica, auspicabile da tutte le persone dotate di buon senso e, non da ultimo, da noi Massoni, contribuirebbe parzialmente a rendere gli uomini più pacifici nel senso primordiale del termine.

Principi massonici

Per noi, Liberi Muratori, con l’applicazione dei principi massonici e utilizzando i nostri arnesi in modo corretto e coerente, è sicuramente possibile contribuire alla non violenza. Ricordiamo per esempio la cazzuola, simbolo dell’unione, dell’armonia e della pace tra noi Fratelli, anche simbolo di comportamento opposto alla violenza, estensibile all’intero mondo profano. Inoltre non possiamo non riconoscere ai nostri predecessori il merito di aver istituito già nel 1° Grado la posizione della mano destra in modo tale da impedire il bollore delle passioni. Questa è la dimostrazione che essi avevano capito prima delle grandi teorie evoluzionistiche che l’uomo, agli albori della civiltà era un cacciatore con una certa dose di violenza innata, cosa che nel mondo di oggi si potrebbe considerare un’espressione del DNA.

Cari Fratelli, volutamente non mi allaccio all’attualità; non prendo posizione su una questione politica. Tuttavia non si può non affermare che la guerra implichi violenza. Eppure sappiamo che l’opinione pubblica è divisa: coloro che sono a favore la considerano una sorta di legittima difesa contro un’aggressione, sia essa presente, imminente o solo potenziale. Conosciamo anche l’opinione opposta che ritiene che nessun caso giustifichi il ricorso alla forza, alla violenza. Senza pronunciarmi ulteriormente sull’argomento, propongo uno switch mentale, basandomi su un’analogia, riportando il ragionamento sul piano di stato/individuo: l’esercizio del potere giudiziario, con la conseguente esecuzione della pena, nasce da un diritto assoluto? Oppure, tenuto conto della fallibilità umana (per esempio di un possibile errore giudiziario), si può sostenere che questo diritto non sia assoluto? Se così è, l’applicazione della sanzione costituirebbe una vera e propria violenza. Non ho bisogno di ricordare quanto inchiostro sia stato versato dai fautori di una o dell’altra posizione (la gamma va dall’anarchismo fino ai sostenitori dell’estremo ordine di tipo orwelliano). Prima di concludere farei una breve riflessione sul rapporto tra individui. Ho già fatto poc’anzi un accenno alla vita quotidiana riferendomi alla famiglia e ad altri rapporti interpersonali. Qui facciamo un’eccezione e partiamo dall’ipotesi che le azioni siano sempre fatte a fin di bene, ma con qualche effetto dannoso. Dovremmo avere la coscienza tranquilla, dato che questi comportamenti per definizione non costituiscono violenza, data l’assenza dell’elemento volontà nell’esercitarli. Ebbene, io non mi sentirei con la coscienza a posto se un danno fosse stato causato da una mia azione. A prescindere da definizioni logiche o qualifiche giuridiche, io, Massone, devo pormi un’ulteriore domanda prima di agire: è eticamente accettabile quanto sto compiendo? Anzi, esorto me stesso e tutti noi, a soppesare bene i nostri comportamenti quotidiani verso i nostri familiari, conoscenti, amici e - perché no - Fratelli, poiché il danno, quantunque involontario, potrebbe rivelarsi troppo grande, minando le basi rispettivamente della famiglia, della società o della Loggia della quale facciamo parte. E, una volta resici conto, a posteriori, il rimorso di aver rovinato un rapporto o causato un torto al prossimo potrebbe essere forte e duraturo. Molti dei nostri momenti tristi odierni hanno la loro radice nella famiglia, nelle nostre amicizie, nei nostri rapporti precedenti con altri, inclusi quelli con i nostri Fratelli di Loggia (quest’ultima considerazione meriterebbe una tavola per conto suo).

Mi rendo conto della difficoltà di riconoscere in ogni circostanza qual è il comportamento giusto. D’altronde anche nelle considerazioni precedenti (violenza nei rapporti tra stati, tra stato e individuo ecc.) abbiamo costatato che molte situazioni presentano aspetti opinabili con possibili conclusioni molto divergenti. Che fare? Non posso che rispondere da Libero Muratore a Liberi Muratori: occorre ricorrere allo scalpello discernendo sempre di più, ed appellarci sempre ad una delle tre piccole luci, cioè alla SAGGEZZA, nella speranza che essa ci possa illuminare a sufficienza.

Alpina